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Scarpe antinfortunistiche S1, S2 e S3: differenze, obblighi di legge e soluzioni per il dolore ai piedi
22 ott 2026

Scarpe antinfortunistiche S1, S2 e S3: differenze, obblighi di legge e soluzioni per il dolore ai piedi

Una scarpa antinfortunistica non si distingue soltanto per il puntale rinforzato. La sigla riportata sull'etichetta riassume precise caratteristiche di protezione: resistenza agli urti, comportamento in presenza di umidità, protezione della pianta e proprietà della suola. La scelta corretta deve tenere insieme rischi della mansione, conformità alle norme e comfort durante l'intero turno.

Approfondimento aggiornato al 22 ottobre 2026

Le differenze essenziali

  • S1: protezione di base, tallone chiuso, proprietà antistatiche e assorbimento di energia nella zona del tallone.
  • S2: requisiti S1 e ulteriore resistenza all'assorbimento e alla penetrazione d'acqua del tomaio.
  • S3: requisiti S2, protezione contro la perforazione della pianta e suola con rilievi; non significa impermeabilità integrale.
  • S1PS: requisiti S1 e inserto antiperforazione non metallico testato con chiodo da 3 mm secondo la norma aggiornata.
  • Obbligo: l'uso dipende dai rischi valutati dall'azienda; quando le calzature sono un DPI necessario, non sono facoltative.

Cosa significano S1, S2 e S3 sulle scarpe antinfortunistiche?

Le lettere e i numeri della classificazione identificano categorie di calzature di sicurezza disciplinate dalla norma tecnica EN ISO 20345:2022, con le successive modifiche applicabili. La lettera S deriva da Safety; le categorie descrivono un insieme di requisiti minimi e aggiuntivi. Tutte le calzature di sicurezza conformi alla EN ISO 20345 hanno un puntale progettato per resistere a un impatto di 200 joule e a una prova di compressione di 15 kN.

Non si tratta di una scala in cui il numero più alto rende automaticamente la scarpa migliore per qualunque impiego. Una S3 può essere indicata in ambienti con materiali appuntiti a terra, mentre una S1 correttamente scelta può rispondere alle esigenze di alcuni lavori in locali asciutti. Sono la valutazione dei rischi e le caratteristiche effettive del luogo di lavoro a stabilire la protezione necessaria.

Tabella delle principali classi di protezione

Sigla Requisiti caratteristici Ambiente o rischio da valutare
SB Requisiti di base, incluso il puntale di sicurezza. Situazioni con rischi specifici limitati, se previste dal DVR.
S1 SB, zona del tallone chiusa, proprietà antistatiche e assorbimento di energia al tallone. Ambienti generalmente asciutti.
S1P S1 e inserto antiperforazione metallico, marcatura P nella norma 2022. Ambienti asciutti con rischio di oggetti appuntiti sul pavimento.
S1PL S1 e inserto non metallico provato con chiodo di 4,5 mm. Rischio di perforazione, con protezione non metallica.
S1PS S1 e inserto non metallico provato con chiodo di 3 mm. Rischio di oggetti perforanti anche di piccolo diametro.
S2 S1 e tomaio resistente a penetrazione e assorbimento d'acqua (WPA). Presenza occasionale di umidità o schizzi.
S3 S2, inserto antiperforazione P e suola con rilievi. Umidità e rischio di perforazione dal basso.
S3L / S3S Come S3, ma con inserto non metallico PL da 4,5 mm o PS da 3 mm. Protezione della pianta con differenti prove antiperforazione.
S6 / S7 Classi con resistenza all'acqua dell'intera calzatura (WR); S7 integra inoltre requisiti antiperforazione e suola con rilievi. Esposizione all'acqua più intensa, in funzione del rischio.

La marcatura completa può comprendere ulteriori simboli, come SR per una prova supplementare di resistenza allo scivolamento, FO per la resistenza della suola agli idrocarburi, HRO per il contatto con superfici calde, CI per l'isolamento dal freddo e LG per l'aderenza sulle scale. Nessuna di queste proprietà deve essere presunta se non compare nelle informazioni del produttore e nella marcatura applicabile.

Che differenza c'è tra le scarpe antinfortunistiche S1 e S3?

La differenza fondamentale riguarda la protezione della pianta del piede e la risposta all'umidità. Una scarpa S1 protegge le dita dai rischi previsti dalla norma e comprende requisiti antistatici e di assorbimento di energia al tallone, ma la sola sigla S1 non attesta né una protezione antiperforazione né la resistenza del tomaio all'acqua tipica delle classi superiori.

La S3 aggiunge invece una barriera contro la perforazione dal basso, una suola con rilievi e un tomaio che supera specifiche prove di penetrazione e assorbimento d'acqua. Questi requisiti sono importanti dove possono trovarsi chiodi, schegge, residui metallici, terreni irregolari o superfici umide. Non rendono però la scarpa automaticamente impermeabile: per la resistenza all'acqua dell'intera calzatura occorre verificare una marcatura idonea, come WR o la relativa classe S7.

Una S3 può anche risultare più strutturata di alcuni modelli S1, ma il peso non dipende esclusivamente dalla categoria. Materiali del puntale, tipo di inserto, costruzione della suola e forma della calzata incidono notevolmente sulla sensazione durante il lavoro.

  • Magazzino asciutto: la scelta tra S1 e una classe con antiperforazione dipende dai rischi reali di urto, perforazione e scivolamento.
  • Cantiere con detriti e superfici umide: una S3, S3L o S3S può offrire requisiti più coerenti, fermo restando il DVR.
  • Lavaggi frequenti o acqua persistente: il solo codice S3 potrebbe non bastare; serve una protezione all'acqua appropriata.

Qual è la differenza tra scarpe S1P, S1PL e S1PS?

La revisione della EN ISO 20345 ha reso più esplicita una distinzione decisiva: il materiale dell'inserto antiperforazione e il diametro del chiodo usato nelle prove. Nelle marcature conformi all'edizione 2022, la lettera P contraddistingue la prova dell'inserto metallico con chiodo da 4,5 mm; PL identifica la prova dell'inserto non metallico con chiodo da 4,5 mm; PS indica la prova dell'inserto non metallico con chiodo da 3 mm.

Di conseguenza, S1P e S1PS non sono sinonimi. Entrambe appartengono alla famiglia S1 e aggiungono protezione antiperforazione, ma seguono configurazioni e prove differenti. Il test con chiodo più sottile aiuta a caratterizzare il comportamento della barriera non metallica rispetto a oggetti appuntiti di diametro ridotto. Non autorizza, da solo, a definire una scarpa migliore in assoluto: la scelta dipende dalla natura del pericolo, dalla copertura effettiva della pianta e dalle informazioni di conformità.

È importante controllare l'edizione della norma riportata sulla calzatura. In modelli certificati secondo la precedente EN ISO 20345:2011 la sigla S1P poteva essere associata anche a inserti non metallici: interpretarla con le regole della versione 2022 senza leggere l'etichetta può portare a conclusioni errate.

Scarpe antinfortunistiche S3: cosa significa davvero e quando servono?

La classificazione S3 riunisce requisiti adatti a molti contesti operativi, ma non costituisce una garanzia universale contro qualsiasi incidente. Il puntale protegge l'avampiede dagli impatti secondo la prova normalizzata; l'inserto riduce il rischio di perforazione della pianta; il tomaio soddisfa determinate prove legate all'acqua e la suola presenta rilievi. Resta essenziale distinguere tra resistenza all'acqua del tomaio, impermeabilità della calzatura e aderenza su specifiche superfici.

La scelta non dovrebbe fermarsi alla scritta S3 sulla scatola. Un reparto che utilizza oli, una cucina industriale con pavimenti scivolosi e un cantiere esposto al freddo presentano esigenze differenti. In alcuni casi saranno richiesti requisiti aggiuntivi, come FO, SR, CI o HRO, verificabili sulla marcatura e nella documentazione tecnica. Anche la forma della suola e il profilo del battistrada devono essere compatibili con il terreno.

Il criterio più affidabile resta una sequenza semplice: individuazione dei pericoli, definizione della categoria necessaria, verifica delle marcature supplementari e prova della vestibilità. Il modello più robusto non è necessariamente il più idoneo se trascura aderenza, ergonomia o condizioni di utilizzo.

Come non avere male ai piedi con le scarpe antinfortunistiche

Il dolore dopo molte ore in calzature di sicurezza non dipende sempre dal peso della scarpa. Una punta troppo stretta, il tallone instabile, una soletta inadatta o una scarpa irrigidita dall'usura possono modificare la distribuzione delle pressioni. In presenza di pavimenti duri e camminate ripetute, piccoli difetti di calzata diventano particolarmente evidenti. Il primo intervento consiste nell'individuare il punto preciso del dolore, senza attribuirlo automaticamente a una generica mancanza di ammortizzazione.

Calzata corretta: spazio alle dita, stabilità al tallone

Il piede deve rimanere stabile senza essere compresso. Una calzatura troppo corta può spingere le dita contro il puntale; una troppo larga aumenta sfregamenti e instabilità. Contano anche la larghezza dell'avampiede, il volume interno, l'allacciatura e le eventuali variazioni di gonfiore nel corso della giornata. La prova va effettuata con calze simili a quelle utilizzate durante il turno, verificando che la scarpa non crei pressioni anomale durante flessione e camminata.

Solette e plantari: utili soltanto se compatibili con il DPI

Un supporto plantare può distribuire meglio i carichi in specifiche condizioni. Ad esempio, il plantare Scholl per il sostegno dell'arco plantare illustra il ruolo del supporto anatomico nella gestione delle pressioni sotto il piede. Tuttavia un plantare generico non deve essere inserito automaticamente in una scarpa antinfortunistica: spessore e materiali possono alterare spazio residuo sotto il puntale, proprietà antistatiche o prestazioni certificate.

La stessa precauzione vale per le solette Scholl Gel Activ Work progettate per calzature da lavoro. Il loro impiego in una scarpa di sicurezza richiede la conferma di compatibilità del fabbricante della calzatura e, quando necessario, una valutazione nell'ambito aziendale. Per un problema persistente di appoggio possono essere preferibili soluzioni ortesiche concordate con medico competente, specialista e produttore del DPI.

Abitudini che migliorano il comfort senza ridurre la sicurezza

  • Allacciatura equilibrata: stabilizzare il tallone senza stringere eccessivamente il collo del piede.
  • Calze tecniche ben asciutte: ridurre pieghe, attriti e accumulo di umidità nella scarpa.
  • Controllo dell'usura: sostituire calzature con suola consumata, interni deformati o protezioni danneggiate secondo le indicazioni aziendali.
  • Pause e alternanza posturale: quando l'organizzazione del lavoro lo consente, variare postura e carico anziché rimanere immobili per ore.
  • Segnalazione tempestiva: chiedere la verifica di una scarpa che causa compressioni, intorpidimento o dolore ricorrente, senza modificarla autonomamente.

Un dolore accentuato sotto il tallone ai primi passi del mattino merita un'attenzione diversa dalla semplice stanchezza di fine turno: può essere associato, fra le altre condizioni, a una sofferenza della fascia plantare. Un approfondimento sulla fascite plantare, i sintomi e le possibili strategie di gestione aiuta a distinguere i segnali che richiedono una valutazione professionale.

Vesciche, sudorazione e calli: i problemi più comuni con le scarpe da lavoro

Una calzatura chiusa per molte ore crea un microambiente nel quale calore, umidità e movimento interagiscono con la pelle. La prevenzione non consiste semplicemente nell'applicare un prodotto sui piedi: bisogna prima correggere sfregamenti, vestibilità e igiene della calzatura. Le cause possono essere diverse e non tutte richiedono lo stesso intervento.

Vesciche da sfregamento

Le vesciche compaiono spesso quando la pelle subisce attrito ripetuto, soprattutto in presenza di umidità o di una scarpa che si muove sul tallone. Le misure illustrate nell'approfondimento dedicato alla prevenzione e protezione delle vesciche ai piedi si inseriscono bene in un percorso di prevenzione quotidiana: calze senza pieghe, asciugatura accurata, individuazione dei punti di pressione e protezione delle zone soggette ad attrito.

Quando la lesione è già presente, non è prudente continuare a comprimere la zona nella speranza che si indurisca. Le differenze fra piccole bolle da attrito e altre manifestazioni cutanee sono descritte anche nella guida sulle bolle sotto i piedi, cause e rimedi. In caso di arrossamento progressivo, secrezioni, dolore importante o condizioni come il diabete, è opportuna una valutazione sanitaria.

Calli e pressione fra le dita

La pelle risponde a uno stimolo meccanico ripetuto aumentando il proprio spessore. Il risultato può essere un callo diffuso, un durone o una lesione localizzata particolarmente dolorosa, come l'occhio di pernice. Le cause di questo ispessimento, spesso collegate a scarpe troppo strette o attrito fra le dita, sono approfondite nella pagina sull'occhio di pernice e i rimedi per lo sfregamento. Rimuovere l'ispessimento senza correggere il punto di pressione espone a ricomparse.

Sudore, odori e rischio di micosi

Il sudore non equivale a un'infezione, ma l'umidità prolungata favorisce macerazione e può contribuire a disturbi cutanei. Per questo sono utili l'asciugatura della calzatura dopo l'uso, la sostituzione delle calze umide e la cura degli spazi interdigitali. Un prodotto come la polvere deodorante Scholl per piedi e scarpe può essere preso in considerazione per la gestione cosmetica di sudore e odori, seguendo le istruzioni e senza applicarlo su cute lesa o irritata.

Prurito fra le dita, desquamazione, fissurazioni e bruciore richiedono invece di considerare altre cause, compreso il piede d'atleta e le infezioni fungine della pelle. In questi casi un deodorante non è un trattamento antimicotico e non sostituisce un'indicazione sanitaria.

Secchezza e talloni screpolati

Le zone del tallone sottoposte a pressione possono apparire secche, ruvide o screpolate. La corretta idratazione cutanea è un complemento alla scelta della scarpa e non una soluzione a pressioni meccaniche eccessive. Fra le formulazioni dedicate alla cura quotidiana si trova la crema Zetaf per piedi secchi e talloni ruvidi; la scelta del trattamento dipende dallo stato della pelle e dalle avvertenze del prodotto. Fissurazioni profonde, dolore o segni di infezione richiedono un controllo.

Cosa dice la legge 626 sulle scarpe antinfortunistiche?

L'espressione «legge 626» è ancora diffusa quando si parla di sicurezza sul lavoro, ma il D.Lgs. 626/1994 è stato abrogato dal D.Lgs. 81/2008, il Testo unico sulla salute e sicurezza sul lavoro. Il riferimento giuridico attuale per i dispositivi di protezione individuale comprende in particolare gli articoli 74–79 del D.Lgs. 81/2008, oltre agli obblighi generali del datore di lavoro e dei lavoratori.

Il principio centrale è che i DPI devono essere utilizzati quando il rischio non può essere evitato o ridotto adeguatamente con misure tecniche, collettive o organizzative. La scelta delle scarpe antinfortunistiche, perciò, non è stabilita soltanto dal nome del mestiere: deriva dalla valutazione dei rischi aziendali, formalizzata nel Documento di valutazione dei rischi (DVR) e concretizzata nelle procedure operative.

La normativa pone in capo al datore di lavoro la responsabilità di scegliere DPI conformi e adeguati, fornirli ai lavoratori, mantenerli efficienti, informare sui rischi e assicurare istruzioni e formazione appropriate. Il lavoratore deve utilizzarli secondo le indicazioni ricevute, averne cura, non modificarli autonomamente e segnalare difetti e problemi di utilizzo.

  • Art. 75: definisce quando è necessario ricorrere ai DPI.
  • Art. 76: stabilisce i requisiti che i DPI devono soddisfare.
  • Art. 77: disciplina la scelta, la fornitura e la gestione dei DPI da parte del datore di lavoro.
  • Art. 78: descrive gli obblighi dei lavoratori nell'uso e nella cura dei DPI.

È possibile lavorare senza indossare le scarpe antinfortunistiche?

Sì, ma soltanto dove la valutazione dei rischi non ne richiede l'impiego. Non esiste un obbligo indistinto di indossare scarpe di sicurezza in tutti gli ambienti professionali. Un ufficio privo di specifici rischi per i piedi può essere diverso da un'officina, una zona di movimentazione merci o un cantiere in cui possono cadere oggetti o perforarsi le suole.

Se invece le scarpe sono state individuate come DPI necessari per una mansione, non possono essere sostituite a discrezione con normali sneakers o calzature sportive. Il disagio della scarpa non elimina l'obbligo di protezione: è un problema da segnalare all'azienda affinché venga verificata la possibilità di utilizzare un modello diverso, ugualmente conforme e adeguato. Anche un'eventuale limitazione sanitaria richiede una gestione tramite le figure aziendali competenti, non una sostituzione autonoma.

È altrettanto importante distinguere la permanenza in aree prive di rischio dall'accesso a reparti in cui l'uso del DPI è prescritto. Procedure aziendali e segnaletica possono prevedere la protezione anche per visite, sopralluoghi e spostamenti temporanei nelle zone operative.

Qual è la multa per la mancanza di scarpe antinfortunistiche?

Non esiste una multa fissa applicabile in ogni caso alla semplice assenza delle scarpe. Occorre distinguere la mancata fornitura di un DPI necessario, la scelta di un dispositivo non adeguato e il mancato utilizzo da parte di chi lo ha ricevuto. La sanzione dipende dalla disposizione violata e dal soggetto responsabile; in numerose ipotesi il Testo unico prevede una contravvenzione penale, non una semplice sanzione amministrativa.

Per alcune violazioni degli obblighi del datore di lavoro previsti dall'art. 77, richiamate dall'art. 87, comma 2, lettera d), è previsto l'arresto da tre a sei mesi oppure un'ammenda da 3.559,60 a 9.112,57 euro, secondo gli importi rivalutati riportati nelle raccolte normative consultate. Altre violazioni dell'art. 77 ricadono in fasce sanzionatorie differenti: il riferimento alla singola disposizione è indispensabile.

Per il lavoratore che non utilizza un DPI obbligatorio correttamente messo a disposizione, le violazioni dell'art. 20, comma 2 possono comportare, ai sensi dell'art. 59, comma 1, lettera a), arresto fino a un mese oppure ammenda da 284,77 a 854,30 euro. Questi importi non rappresentano una penalità automatica da sottrarre alla busta paga: l'applicazione concreta segue le procedure previste dalla legge.

Precisazione: l'accertamento della violazione, le circostanze specifiche, l'eventuale prescrizione e gli aggiornamenti normativi possono incidere sul procedimento. Gli importi riportati non sostituiscono la verifica del testo vigente alla data del fatto.

Le scarpe antinfortunistiche si possono detrarre nel modello 730?

In linea generale, le normali scarpe antinfortunistiche acquistate per il lavoro non costituiscono una spesa sanitaria detraibile nel modello 730. La marcatura CE di un dispositivo di protezione individuale non lo trasforma automaticamente in un dispositivo medico: finalità e disciplina di riferimento sono diverse. Quando il DPI è necessario in un rapporto di lavoro dipendente, inoltre, la sua fornitura compete al datore di lavoro secondo le regole di sicurezza applicabili.

La situazione è differente per specifiche calzature ortopediche o dispositivi medici acquistati per una necessità sanitaria e in possesso dei requisiti fiscali e documentali previsti. In quei casi può trovare applicazione la disciplina della detrazione delle spese sanitarie, generalmente del 19% sulla parte di spesa che supera la franchigia di 129,11 euro, nei limiti e alle condizioni previste. Non basta, quindi, che il prodotto sia venduto in farmacia o venga definito «anatomico».

Per imprese e lavoratori autonomi il tema è diverso dalla detrazione sanitaria del 730: la possibile deducibilità come costo professionale richiede una valutazione del regime fiscale, dell'inerenza e dei documenti di spesa. Detrazione nel 730 e deducibilità di un costo d'attività non sono la stessa cosa.

Come scegliere e mantenere le scarpe di sicurezza senza compromessi

Una calzatura certificata può smettere di essere adatta quando cambiano il lavoro svolto, l'ambiente o le condizioni del prodotto. L'usura modifica il comportamento del battistrada; i danni meccanici possono compromettere l'integrità della tomaia; una manutenzione impropria può influire sulle prestazioni dei materiali. Per questo la scelta iniziale va accompagnata da controlli periodici.

  • Verificare la norma e la marcatura: controllare la classe S1, S2, S3 e gli eventuali requisiti aggiuntivi sulla documentazione.
  • Confrontare le esigenze con il DVR: valutare perforazione, urto, acqua, superfici scivolose, caldo, freddo e altri rischi pertinenti.
  • Controllare la forma: assicurare spazio alle dita e stabilità al tallone senza creare pressioni localizzate.
  • Proteggere la traspirabilità: asciugare correttamente il prodotto e seguire le indicazioni del fabbricante sulla pulizia.
  • Non intervenire sulla struttura: evitare forature, tagli, modifiche al sottopiede o sostituzioni non autorizzate.
  • Segnalare il dolore persistente: richiedere un controllo della calzatura e, quando necessario, una valutazione clinica.

Il gonfiore dei piedi dopo un turno merita attenzione anche quando la scarpa sembra corretta. Una tumefazione ricorrente, soprattutto se localizzata a un solo lato, non va attribuita automaticamente a una calzatura stretta. La guida alle possibili cause di gonfiore asimmetrico del piede chiarisce perché dolore, arrossamento e comparsa improvvisa di edema richiedano una valutazione medica tempestiva.

Domande frequenti sulle classi di sicurezza

Le scarpe S3 sono impermeabili?

No, non necessariamente. La S3 prevede un tomaio con requisiti di resistenza alla penetrazione e all'assorbimento dell'acqua, ma non certifica da sola l'impermeabilità dell'intera calzatura. Per quella proprietà occorre cercare la marcatura prevista, come WR, oppure una classe che la comprenda, ad esempio S7.

Le S2 hanno la lamina antiperforazione?

La sigla S2, da sola, non richiede la protezione antiperforazione. Per un rischio di chiodi o frammenti appuntiti sul terreno bisogna verificare una categoria o marcatura che attesti quel requisito.

Quali scarpe sono indicate per stare in piedi otto ore?

La durata del turno non identifica una classe antinfortunistica specifica. Contano il rischio professionale, la forma della calzatura, la stabilità del tallone, la libertà delle dita e le superfici percorse. Il comfort non può sostituire la protezione prescritta, ma deve orientare la scelta fra modelli conformi equivalenti.

Una scarpa S1PS è più sicura di una S3?

Non in termini assoluti. La S1PS identifica un tipo preciso di protezione antiperforazione, mentre la S3 include anche la resistenza all'acqua del tomaio e una suola con rilievi. La comparazione corretta richiede di conoscere l'esposizione e, se necessario, considerare anche le classi S3S e S3L.

Le scarpe antinfortunistiche devono essere acquistate dal dipendente?

Quando sono necessarie come DPI per la mansione, la responsabilità della loro fornitura è del datore di lavoro. Eventuali accordi pratici non possono svuotare gli obblighi di protezione, adeguatezza e gestione dei DPI previsti dalla normativa.

Sicurezza e benessere del piede devono procedere insieme

La differenza tra S1, S2 e S3 non è una questione di etichetta commerciale: riguarda requisiti verificabili e rischi concreti. Le classificazioni più recenti, tra cui S1PS e S3S, consentono di descrivere con maggiore precisione la protezione antiperforazione. La legge, dal canto suo, richiede che la scelta dei DPI derivi dalla valutazione dei rischi e che i dispositivi siano impiegati correttamente.

Una scarpa adeguata protegge senza imporre pressioni evitabili. Calzata corretta, verifica della certificazione, manutenzione e attenzione ai primi sintomi sono elementi complementari della prevenzione. Quando il dolore diventa persistente, la soluzione non consiste nel rinunciare alla protezione, ma nell'identificare una calzatura o un intervento compatibile con le esigenze di sicurezza e con la salute del piede.